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di Alessandra Luciani

ROMA A CASA DI AGRIPPINA

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Il cancello si schiude sui primi tornanti del Gianicolo: serve a tenere lontana la città dei rumori, del traffico e degli affanni. E spalanca un mondo ovattato, fatto di siepi e silenzi, di profumi e attenzioni. Parla la storia, per questo versante di un colle che si affianca agli altri sette, che ha San Pietro alle spalle e la città eterna distesa lì sotto, proprio dove scorre il Tevere. Parla la Storia perché qui aveva deciso di vivere Agrippina, la mamma di Nerone: qui si era fatta costruire una villa, dove si rilassava guardando il fiume e godendosi un panorama già allora fantastico, senza bisogno di alcun rogo aggiuntivo. Sulle rovine di quella villa sorse poi un convento, ora trasformato in vero resort di città, in pieno centro storico. E Agrippina non è affatto sparita dalla nuova destinazione turistica dell’edificio, diventato Gran Melià Villa Agrippina: il suo volto arcigno troneggia nella hall di questo 5 stelle lusso della catena spagnola.

E’ un gran posto, dove perfino i romani potrebbero venire per

concedersi un weekend nella propria città, che non sarebbe un regalo da poco. E magari l’inizio di una nuova moda. Perché questo è uno splendido luogo di fuga, dove si rimettono in sesto i pezzi della vita, sgangherati da un mondo che li ammacca. Basterebbe non far niente, godersi panorama e quiete, oppure concedersi quei trattamenti che il beauty center propone. Quello a cui non si può rinunciare sono le tentazioni del ristorante, il «Viva Voce». A governare fornelli e tavoli c’ è il Don Alfonso di Sant’ Agata ai Due Golfi, interprete di una cucina che presenta piatti ispirati alla gastronomia mediterranea. «Le preparazioni di Alfonso e Ernesto Iaccarino nascono dalla combinazione di semplicità, tradizione e innovazione – spiega Francesco Ascani, general manager del Gran Melià – Sono queste le chiavi della filosofia di Iaccarino che mira a celebrare il sapore e il profumo della natura con ogni piatto. Grazie alla varietà della nostra offerta, da quella gastronomica al benessere, senza tralasciare la location, i giardini, la piscina, puntiamo a diventare il nuovo punto d’ incontro in città».

Ci sono riusciti, in poco tempo. Facendo attenzione ai dettagli. Quando si entra, il personale addetto all’ingresso sorride e saluta, ma mette anche una mano sul cuore. Che sarà pure prescritto dal manuale, ma fa piacere. Uno dei piccoli tesori del Gran Melia.

fonte web www.corradoruggeri.it

SALVIAMO LA CASA DI TIZIANO TERZANI A BANGKOK – TURTLE HOUSE

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Abitare a Roma in periferia Rodrigo Pais fa ripercorrere spaccati di vita della capitale

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Le immagini realizzate dal fotografo Rodrigo Pais restituiscono con stile diretto e pragmatico, caratteristico del fotocronista, l’identità profonda della città di Roma e della sua periferia, con la stessa intensità d’immagini fotografiche di grandi autori come: William Klein per il progetto sulle strade della città natale “New York 1954-1955”, Bruce Davidson in “East 100th Street”serie del 1966-1968 che racconta la realtà di un caseggiato dell’East Harlem conosciuto per il suo degrado abitativo, Garry Winogrand e la sua fotografia di strada tra New York e Los Angeles, le riprese delle vie deserte di Eugène Atget e l’umanità di Robert Doisneau per la città e i sobborghi di Parigi, e naturalmente Vivian Mayer per la brulicante Chicago. Della capitale italiana Pais non testimonia soltanto un periodo storico dal punto di vista dello sviluppo urbano o storico-politico ma ne entra nelle trame più sottili. La sua fotografia, sociale e documentaria, in diverse occasioni di denuncia, è rappresentazione di una realtà cruda e diretta che restituisce all’osservatore l’identità di una città che si trova nei volti della gente, nei luoghi e nei paesaggi in cui abitano. L’approccio documentarista e l’uso agevole della piccola Leica o della Rolleiflex, comportano un grado elevato di coinvolgimento dei soggetti che permette al fotografo di catturare ciò che si dipana in strada tra eventi epocali ed altri apparentemente insignificanti. La prolifica raccolta documentale prodotta con dovizia e professionalità, composta da quasi 380.000 fototipi di valore storico imprescindibile ma anche di grande valore artistico, è la testimonianza storica, culturale e sociale di una grande metropoli ma altresì della quotidianità che senza l’obiettivo fotografico e la sensibilità di Pais sarebbe perduta. La mostra  è organizzata in tre sezioni. La prima, affidata all’architetto Stefano D’Amico, ricostruisce lo sviluppo edilizio pubblico e privato della città dagli anni ‘50 fino agli anni ‘90 del secolo scorso. La seconda, affidata al professor Francesco Sirleto, illustra le lotte per il diritto alla casa partendo dalle prime manifestazioni spontanee fino ai movimenti più consapevoli e organizzati da enti come il Sunia. La terza affidata al sociologo Franco Ferrarotti che fin dagli anni ‘70 si è occupato delle periferie di Roma e, in particolare, delle condizioni di vita dei baraccati.

fonte web gazzetta regionale 21/12/2016

Museo di Roma in Trastevere Piazza S. Egidio prorogata al 15 gennaio 2017, da martedì a domenica ore 10.00 – 20.00 (chiuso il lunedi)

 

L’Edipo Re, la barca degli “ultimi” di Pasolini e Zigaina al Lido di Venezia

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“Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo. In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare…. A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E’ un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco. Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…”

 

A scrivere queste parole è stato il pittore Giuseppe Zigaina, il grande amico di Pier Paolo Pasolini, colui che prese la “barca” e che amava il mare, quel mare che Pasolini amava solo quando stava con lui sull’ Edipo Re.

 

Sibylle Righetti racconta ai nostri microfoni come assieme al padre ha acquistato “la barca degli ultimi” di Zigania e Pasolini. “Mi affascinò pensare che  Maria Callas s’innamorò perdutamente dell’Edipo Re, passando così dal Cristina, che era lo Yacth di Onassis simbolo del successo della ricchezza e del privilegio dei vincenti, all’Edipo Re simbolo della bellezza dei perdenti, e metafora della colpa, del legno storto che tutti portiamo dentro e della diversità che riconosciuta ci permette di amare noi stessi come il nostro prossimo”.

 

Continua Sibylle Righetti: “Questo legno storto ha catturate mio padre, io non volevo saperne, mi sembrava una follia,  non siamo ricchi. Solo dopo che ho avuto mia figlia, lavorandoci sopra ogni minuto libero e imparando a conoscerla, ho capito tutto… in quella barca ho visto il mio di sogno ed eccoci qua. Ma come tutti i sogni la condivisione rende tutto reale e senza Enrico Vianello Vanni e molti altri membri dell’associazione Edipo re come Andreina Mezzacapo Vincenzo Lazzaro Luca Muffato e  senza Stefano Costantini di Marina Fiorita, senza tutti i veneziani- che chi con una birra, chi portando il proprio sapere- ci hanno reso più facile e raggiungibile la meta. Il progetto è stato realizzato dallo studio On Lab, ragazzi giovani con una enorme passione per il loro lavoro”.

 

L’Edipo Re è una barca di 16 metri a vela e motore, attrezzata per essere una casa viaggiante. Grazie alla famiglia Righetti ora è restaurata e bellissima. E’un luogo dove molti artisti del 900 si sono ritrovati come Moravia, la Morante e la Divina Maria Callas che abitò durante la lavorazione del film Medea.

 

Sibylle Righetti, giovane regista del documentario su Vasco Rossi  “Questa storia qua” è  la figlia di Angelo Righetti, direttore sanitario del Centro Don Orione di Chirignago. Padre e figlia oggi sono proprietari dell’Edipo Re che viene messa a disposizione dei ragazzi del cento per attività ed escursioni nella laguna veneziana. Ha tenuto dunque l’anima che incarnava ai tempi di Pasolini.

 

A Venezia viene  proiettato il documentario “L’Isola di Meda”, che racconta il backstage del film con Maria Callas. Il film, prodotto da Lagunafest con Karel a cura del filmmaker Sergio Naitza, ricostruisce il rapporto davvero speciale che si era stretto fra Pasolini e la Divina  in occasione del set. Tante le  testimonianze  raccolte con l’aiuto di: Dacia Maraini, Piera Degli Esposti, Ninetto Davoli e di altri protagonisti. Girata a Grado (Gorizia) nelle scorse settimane e a bordo dell’imbarcazione, L’isola di Medea è affidato alla voce guida di Ninetto Davoli.

 

“Il 2 settembre- racconta Sibylle- il rettore di Padova e  il prof Salvatore Sorsi insieme a mio padre Angelo Righetti e con tutti i ragazzi del Don Orione di Chirignago lanceremo il manifesto sull’inclusione”.

 

Non solo, la barca sarà anche un piccolo “mercato a cielo aperto”. Ogni sera allora si troveranno i i rappresentati delle fattorie sociali facenti parte della cooperative sociali della zona che parleranno del loro lavoro” una delle più famose presenti è il consorzio Nco “ facciamo il pacco alla camorra”.

fonte web 31 agosto 2016 giornaledellospettacolo.globalist.it

 

 

 

Tutte le strade portano a Roma: ecco la mappa che lo dimostra

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“Tutte le strade portano a Roma” è solo un proverbio? Sembra proprio di no. Lo dice una mappa creata dai designer Benedikt Groß, Phillip Schmitt e Raphael Reimann, che hanno cercato di dare una risposta al famoso detto associato alla potenza delle infrastrutture dell’Impero Romano.

Moovel Lab è un gruppo di ricerca – con sede a Stoccarda, in Germania – che si occupa di studiare, con dati e algoritmi, la mobilità e i trasporti: fa parte di Moovel, la società che mette a disposizione il software sfruttato per esempio da Car2Go. In uno studio pubblicato il 9 dicembre Moovel Lab ha provato a rispondere alla domanda: “Tutte le strade portano a Roma?”. Sul sito del progetto è spiegato che la domanda – una sorta di modo di dire, derivato dai tempi in cui Roma era capitale di un impero – tormentava da un po’ di tempo Benedikt Groß, uno dei membri di Movel Lab, specializzato in scienza computazionale, quella cosa con cui si cerca – in estrema sintesi – di usare la potenza di calcolo ed elaborazione dei computer per rispondere a domande altrimenti impossibili. Groß non è riuscito a rispondere con un “sì” o un “no” alla domanda su Roma. Sfruttando software di calcolo, mappe e programmi di elaborazione grafica è però riuscito a visualizzare tutte le principali strade che da circa 500mila punti di partenza in Europa portano a Roma.

È risaputo che una delle più grande opere realizzate dai Romani è il loro eccellente sistema viario, essenziale per la crescita e lo sviluppo dell’Impero. Lo stesso Strabone nella sua Geografia scrisse: “I Romani posero ogni cura in tre cose soprattutto, che dai Greci furono trascurate, cioè nell’aprire le strade, nel costruire acquedotti e nel disporre nel sottosuolo le cloache”. Solo in Italia i Romani realizzarono più di 80000 chilometri di strade che da Roma conducevano verso tutti gli altri principali luoghi del paese fino alle più importanti province dell’Impero. Da Roma verso l’Italia, dalla Mesopotamia alla Britannia fino alle famose Colonne d’Ercole, nel Foro Romano si trovavano addirittura delle mappe generali che riportavano i diversi percorsi delle vie consolari, utili da itinerario per i viaggiatori in movimento lungo l’Impero: questo a dimostrazione di quanto i Romani dessero importanza alla propria rete viaria, sicuramente una delle opere più riuscite dell’antichità. Ed è proprio a celebrazione dell’ingegno urbanistico dei Romani e della centralità di Roma all’interno dell’Impero Romani che col si è diffuso il famoso proverbio popolare “Tutte le strade portano a Roma”

C’è un detto che tutte le strade portano a Roma. Siamo partiti per 3.375.746 viaggi per verificare se fosse vero.
La prima domanda che ci siamo chiesti è stata: da dove cominciare quando si vuole conoscere ogni strada che porta a Roma? Abbiamo allineato i punti di partenza in una griglia di 26.503.452 km² che coprono tutta l’Europa. Ogni cellula di questa griglia contiene il punto di partenza per uno dei nostri viaggi a Roma. Ottenuti i nostri 486.713 punti di partenza…abbiamo creato un algoritmo che calcola una rotta per ogni viaggio.
Tutte le strade portano a Roma! È possibile raggiungere la città eterna su quasi 500.000 rotte da tutto il continente.

 fonte web fanpage.it di Clara Salzano

Gita al faro la nuova vita degli edifici costieri

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Prima supporto per la navigazione, poi abbandonati, oggi diventano strutture ricettive, rifugi e centri di ricerca

Costruiti in passato per orientare la navigazione, i fari si stanno trasformando in strutture ricettive, mettendo alla portata di tutti il loro fascino misterioso.

Non avendo più una funzione di supporto al traffico marittimo, perché sostituiti dai segnali radio e GPS, i fari sono stati abbandonati, ma stanno risorgendo a nuova vita grazie al loro potenziale turistico. Si trovano infatti in zone costiere suggestive, che li rendono un luogo ideale per il tempo libero e progetti di ricerca.

Il riutilizzo dei fari è diventato un business, ma anche un modo per rendere fruibile e riqualificare il patrimonio costiero. Ne è un esempio il bando progetto Valore Paese – FARI dell’Agenzia del Demanio per la riqualificazione e gestione fino a 50 anni degli edifici costieri.

Di seguito i primi nove progetti vincitori.

Punta Cavazzi, Ustica

Il progetto della Sabir Immobiliare srl prevede la creazione di una foresteria e un hub culturale per studenti e giovani ricercatori appassionati al tema del mare.

Capo Grosso, Isola di Levanzo – Favignana

Il progetto di Lorenzo Malafarina prevede un resort in cui ospitare workshop di cucina, fotografia, eventi, escursioni e attività legate alla vela, alla pesca e allo yoga di livello internazionale.

Brucoli, Augusta

La società Azzurra Ca

Murro di Porco, Siracusa

L’imprenditore under 30 Sebastian Cortese ha proposto un modello di business articolato su vari fronti: ristorazione, marketing, congressi, eventi e ben 14 posti letto tra suite e boutique apartment.
pital srl lo trasformerà in punto di accoglienza turistica associato ai prodotti enogastronomici locali.

Punta Imperatore, Forio D’Ischia

La società tedesca Floatel GMbH, che vanta una esperienza di riqualificazione di fari in Scozia, Spagna e Germania, lo trasformerà in un rifugio inteso come spazio di riflessione. Previsto un approccio minimal e standard elevati.

San Domino, Isole Tremiti

Anche qui, come a Forio D’Ischia, la società Floatel GMbH realizzerà un rifugio di lusso.

Capo D’Orso, Maiori

Sarà gestito dal WWF che accanto agli spazi per l’ospitalità realizzerà un osservatorio marino-costiero, un centro visite, percorsi natura e una bottega dei sapori.

Punta Fenaio, Isola del Giglio

La la società S.N.P. di Pini Paola & C. dopo la riqualificazione gestirà un’attività ricettiva legata ai caratteri distintivi del territorio.

Punta Capel Rosso, Isola del Giglio

La ATI Raggio- Le Esperidi realizzerà un museo dinamico per il mantenimento della memoria storica del faro. Ogni componente dovrà essere coerente con l’idea di recupero e compatibile con gli obiettivi dell’Ente Parco e di sviluppo del territorio.

 

Come si è evoluta la casa dagli anni ’50 ad oggi

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Dalla sala da pranzo con il tubo catodico che trasmetteva in bianco e nero Carosello, alla zona living in cui brillano i colori della TV OLED sintonizzata su un film in 4k; dalle prime lavatrici a cestello con comando manuale nell’unico bagno di famiglia, a lavatrici piccole e silenziose, tanto da essere ospitate nel bagno en suite. Come si sono trasformate le nostre case dagli anni Cinquanta ad oggi, e che ruolo ha giocato la tecnologia in questa evoluzione? La risposta arriva dall’analisi condotta dal Centro Studi di Casa.it e da LG, in occasione del Fuorisalone, da cui emerge il ruolo dominante della zona living, più ampia in media del 45% e che accoglie la cucina. Minore spazio per le camere da letto mentre cresce l’esigenza di più bagni anche in ambienti piccoli. Allo stesso tempo l’innovazione tecnologica anticipa questo mutamento proponendo soluzioni di design e di arredo: se da un lato aumentano le dimensioni di TV e frigorifero, per altri elettrodomestici, come la lavatrice, aumenta la capacità rimanendo in dimensioni standard.

“Nel corso dei decenni le case degli italiani hanno dato espressione al cambiamento della cultura, degli usi e dei costumi di un intero Paese”, commenta Alessandro Ghisolfi, responsabile del Centro Studi Casa.it. “La suddivisione degli spazi ce lo racconta, attraverso stanze che oggi, rispetto al passato, si sono modificate radicalmente creando ambienti più funzionali e ridefinendo l’organizzazione della vita domestica. Un esempio lampante è dato dalla zona living, protagonista assoluta dei nostri tempi e a cui si dedica il 40/45% della superficie totale occupata. Un luogo che ha incluso la cucina, che prima ricopriva una porzione piccola e separata, dando forma a un ambiente più ampio e accogliente, che concepisce il cibo come un momento di grande socialità”.

“I cambiamenti nella suddivisione degli spazi all’interno delle case degli italiani hanno ovviamente influito sulle loro abitudini ed esigenze in fatto di elettrodomestici”, commenta Sergio Buttignoni, Consumer Marketing Senior Manager LG Electronics Italia. “Rispetto al passato è cresciuta l’attenzione all’estetica del prodotto, oltre che alle sue funzionalità. Seguendo l’esempio della zona living, questa nuova zona della casa ha portato i consumatori italiani ad orientarsi verso elettrodomestici in grado di arredare, oltre che di svolgere la loro abituale funzione. Un esempio su tutti è il frigorifero, non più relegato in cucina ma vero e proprio oggetto di design esposto in bella vista nella zona più frequentata della casa, il living appunto. Anche il tanto amato TV ha subito l’influenza di questa nuova stanza; oggi infatti quello della zona living è spesso l’unico TV per un ambiente molto ampio, motivo per cui i consumatori preferiscono sempre più spesso schermi dai 55 pollici in su con design e prestazioni al top. Nel 2015 la vendita di TV OLED, i cui schermi partono appunto dai 55 pollici, è cresciuta di circa il 464% rispetto all’anno precedente”.

La Zona Living che integra cucina, ingressi e corridoi
La cucina, da locale considerato “di servizio”, con il passare del tempo è cresciuta per importanza e dimensioni, fino a diventare parte integrante della zona living. Questa tendenza, già in atto dagli anni Novanta, si è ormai consolidata soprattutto in appartamenti di metratura inferiore ai 90 mq. Se nelle abitazioni costruite negli anni ’60, nel 95% dei casi la cucina era un locale a sé stante, negli ultimi 10 anni il locale dedicato è scomparso andandosi ad integrare con il soggiorno. È questa oggi l’area degli appartamenti moderni che si può considerare più importante, se non altro in termini di metratura. In un immobile di 100 mq, l’area living oggi è circa il 40/45% del totale nel caso di cucina open space e 35% nel caso di cucina separata.

Il nido d’amore è sempre più intimo
Negli anni Sessanta la camera da letto era considerata un ambiente più centrale nella vita domestica e la sua superficie poteva arrivare a misurare fino a 20 mq all’interno di un appartamento di 100 mq. Oggi, in appartamenti delle stesse dimensioni, la camera da letto misura in media circa 13 mq. Questa tendenza è andata sempre di più affermandosi con la moda della “cabina armadio”, ricavata in appartamenti a partire dai 95/100 mq.

Meno spazio, ma più bagni
Anche il bagno ha subito una trasformazione in termini di spazi occupati. Tra gli anni Cinquanta e Settanta, all’interno degli appartamenti ne era presente solo uno, generalmente di ampie dimensioni (superiori ai 12 mq). Oggi, invece, anche in appartamenti più piccoli (70 mq), si tende a progettare interni che abbiano almeno due bagni, ma di dimensioni minori. La nuova tendenza? Il bagno en suite, accessibile e ricavato direttamente dalla camera da letto.

fonte quotidiano casa.it 16/4/2016

Che effetto hanno avuto sui nostri gusti immobiliari pellicole come Ghost, American Gigolò o Sex and the city?

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Sappiamo tutti che i modelli imposti dai mass media influenzano
l’abbigliamento, il make‐up o le pettinature che ci piacciono, ma avete mai considerato quanto influiscano sui nostri gusti immobiliari?
il più importante sito di annunci del settore (immobilaire.it), ha ripercorso i trend
degli scorsi decenni evidenziando come film e TV abbiano spesso determinato le nostre preferenze in termini di case.
Negli anni ’60 le riviste erano la principale fonte di ispirazione e, come ancora oggi si fa quando si va dal parrucchiere con la foto della nostra diva preferita, con le loro pagine in mano si richiedeva ai professionisti di riprodurre gli stessi ambienti.
GIGOLO’ O SEX & DE CITY?
Gli anni ’70 e le moltissime serie televisive ambientate in villette singole che
diventano loro stesse protagoniste dei set. Cosa sarebbe Happy Days senza la casa dei
Cunningham o la Famiglia Bradford se ambientata in un normale condominio? Fu così che anche in Italia scoppiò la passione per le case unifamiliari, magari non gigantesche, ma con un giardino indipendente e localizzate in periferia. Col passare degli anni, però, diventarono sempre più scomode, visto che costringevano i proprietari a lunghi tragitti fra la casa ed il lavoro, e vennero considerate insicure per l’aumentata delinquenza. Oggi rivenderle è spesso un problema e, più che un protagonista di Happy Days, ci si sente di vivere nella Wisteria Lane di Casalinghe disperate!
A partire dagli anni ’80 il cinema prende il sopravvento, generando quelli che sono diventati dei veri e propri modelli dell’architettura, elementi imprescindibili nelle richieste degli acquirenti. Si pensi al ruolo che hanno giocato film come American Gigolò (1980) e Flashdance prima (1983), Ghost poi (1990), nella diffusione dei loft come nuovi spazi abitativi. Vivere in una casa di quel tipo ci avrebbe fatto sentire talentuosi come Jennifer Beals, belli come Richard Gere e amati come Demi Moore e Patrick Swayze. Non avremmo però dovuto richiedere un mutuo per la prima casa:
tecnicamente il loft è un locale commerciale e, in virtù di ciò, non ci si può risiedere.

Alla fine degli anni ’90, e la tendenza è ancora oggi più che attuale, la Carrie di Sex and the City ha convinto le donne di mezzo mondo dell’indispensabilità di una cabina armadio gigante in cui ostentare il proprio guardaroba, con buona pace dei compagni che si possono consolare con il garage, sempre più attrezzato e degno delle auto di Fast and Furious.
Ancora seguendo modelli mediatici, negli ultimi anni la cucina, prima ridottissima e quasi sparita dalle case italiane a favore degli angoli cottura, ha assunto dimensioni sempre maggiori diventando un tutt’uno col soggiorno. Per le precedenti generazioni quello in cui si preparava da
mangiare era un ambiente da tenere quasi nascosto, ma loro non conoscevano Gordon Ramsey! Il successo di programmi come La prova del cuoco prima e Masterchef poi hanno spinto gli acquirenti a volere cucine belle oltre che funzionali, da esibire come uno status symbol.
«Rispondere a questi nuovi bisogni, o aderire ai nuovi modelli diffusi – afferma l’architetto Giovanni La Varra, dello studio Barreca&La Varra e docente presso l’Università di Udine – porta le persone a perdere il senso della dimensione. Accade sovente che ci venga richiesta a tutti i costi un’isola in cucina o una cabina armadio laddove la planimetria non lascia spazio a queste soluzioni;
o, ancora, che si desiderino oggetti visti su un giornale o in tv che materialmente non possono essere inseriti all’interno dell’ambiente a disposizione o che, per la conformazione degli spazi, non avrebbero alcuna funzionalità.»

Quali saranno le nuove tendenze dell’abitare?
Il film dell’anno dovrebbe essere Star Wars – il
risveglio

FONT SITO IMMOBILIARE.IT DICEMBRE 2015

Agenti immobiliari. Più brave le donne?

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Secondo un’analisi a metà fra il serio e il faceto diffusa in questi giorni negli Stati Uniti d’America, se siete in procinto di mettere in vendita la vostra casa e volete realizzare il massimo profitto possibile… dovete affidarvi a un’agente immobiliare donna.

Non solo è un dato di fatto che le donne che svolgono la professione di agente immobiliare siano, almeno negli Stati Uniti, numericamente quasi il doppio degli uomini, ma anche i dati di mercato sembrano indicare in loro le professioniste migliori.

Secondo l’analisi, se da un lato pare che gli uomini siano in grado di attrarre verso di loro il maggior numero di incarichi da chi è in procinto di vendere, dall’altro le donne riescono a spuntare per i loro clienti i prezzi di vendita più alti.

Questo avviene perché, sembra, sono più generose nel valutare gli immobili e, conseguentemente, il loro primo prezzo richiesto è più alto di quello dei loro colleghi uomini. Alla fine dell’anno, continua la ricerca, pare che le agenti immobiliari di sesso femminile siano riuscite a portare a casa vendite per un ammontare complessivo che supera di quaranta mila dollari quello che hanno messo in cassa i maschi.

Se il tutto sia scientificamente provato o addirittura anche solo provabile è da discutere, ma quello che è ormai certo è che la ricerca dell’immobile sia in mano alle donne. Anche in Italia, oltre il 60% delle indagini preliminari che vengono fatte sul web è appaltato alla parte femminile della coppia. Le donne sono senza dubbio più concrete e pazienti degli uomini; ecco perché tocca a loro trovare la migliore delle offerte possibili per individuare l’appartamento che meglio risponde alle esigenze della famiglia.

Fonte: Redazione di Immobiliare.it

Nasce il “dizionario sociale”, si comincia dall’ “Housing”


ROMA – Parole, ne ascoltiamo e ne usiamo di continuo, soprattutto noi giornalisti. Ma spesso chi è “addetto ai lavori” dimentica che il pubblico a cui si rivolge potrebbe essere all’oscuro di questo o di quel significato. La dimenticanza può riguardare i settori più svariati, ma certamente la sfera sociale è tra quelle in cui l’inciampo è a portata di mano. Vuoi perché è un mondo che, grazie allo sviluppo che lo ha investito negli ultimi anni, ha coniato moltissimi termini nuovi, vuoi perché fin troppo spesso l’informazione generalista si rende complice nel ricondurre modi di agire e fare sotto improbabili macro-categorie (un esempio su tutti è la confusione puntuale che i media generano parlando dei “cooperanti” – ovvero operatori stipendiati da organizzazioni non governative per sviluppare progetti di solidarietà nei paesi in via di sviluppo – chiamandoli “volontari” – ovvero cittadini che senza alcuna retribuzione, principalmente in territorio nazionale, svolgono attività di supplenza a servizi che dovrebbero essere garantiti dallo Stato). Errori piccoli e grandi che commettiamo in molti e a cui qui scegliamo di porre un piccolo rimedio con un “dizionario del sociale” in formato video, che periodicamente si proporrà di indagare termini e locuzioni non ancora entrati nel linguaggio comune attraverso la voce di esperti, mappe interattive, fumetti e interviste, sempre nell’ottica di fornire ai nostri lettori un’informazione di qualità e di servizio.

2 gennaio 2016
fonte corriere sociale – corriere della sera
servizio di chiara samorì